La sordocecità congenita: una sfida pedagogica
La sordocecità congenita è una condizione molto particolare in quanto vengono a mancare, totalmente o parzialmente, quegli input sensoriali forniti dalla vista e dall’udito. Tali sensi ci spingono e sostengono nella motivazione a conoscere e a interagire con l’ambiente e, in modo implicito, permettono di creare, ricercare e mantenere una comunicazione con gli altri.
Tuttavia, se da un lato carenze percettive importanti rappresentano un ostacolo ad un agire comunicativo/sociale, dall’altro esse possono essere colmate attraverso un percorso educativo non semplice ma comunque possibile. Vista e udito ci informano sulla maggior parte delle cose che accadono intorno a noi ma spesso si tende a sottostimare la potenzialità di quei sensi che, a torto, vengono indicati come “minori”: gusto, olfatto e tatto. Soprattutto quest’ultimo, se precocemente e repentinamente educato, può rappresentare per il bambino sordocieco la sua finestra sul mondo.
Helen Keller, divenuta sordocieca dall’età di 19 mesi, ne parla così: “Noi percorriamo le medesime vie maestre, leggiamo gli stessi libri, parliamo la stessa lingua; eppure le nostre esperienze non sono uguali. Sulla mia mano, come su di un perno, si muove tutta la mia vita: è la mano che mi unisce ad essa.” (Helen Keller, 1923)
Il tatto è quindi per il bambino sordocieco un “ponte” comunicativo e relazionale imprescindibile per la sua crescita psicofisica. Varie sono le forme comunicative tattili che, in base alle esigenze e alle capacità del bambino sordocieco, posso essere incoraggiate (ad es. la comunicazione oggettuale o la lingua dei segni tattile). Ma le competenze tattili acquisite in funzione comunicativa devono essere precedute da un'educazione tattile più “generale”.
Nei casi in cui non si può fare affidamento né sulla vista né sull’udito, le mani devono assumersi una serie di compiti: quello di acquisire una competenza esplorativa, quello di aiutare il bambino a raggiungere un sicuro senso della permanenza dell’oggetto e, di conseguenza, la motivazione al movimento, quello di aiutare il bambino nella costruzione di un’immagine del proprio corpo e di un senso del sé nel mondo.
Come sottolinea Barbara Miles, specialista nel campo della sordocecità infantile, “le mani del bambino sordocieco devono diventare curiose, devono imparare a cercare, esplorare, raggiungere e afferrare e devono diventare capaci di esprimere una gamma sempre più vasta di sentimenti e di idee – e tutto questo senza il rinforzo costituito dalla vista e dall’udito. […] Senza l’educazione della mani (o senza l’uso compensatorio di altri canali di informazione, nei casi in cui l’uso delle mani sia impossibile), non ci sarà differenziazione del sé dal resto del mondo, né acquisizione di linguaggio, né uno sviluppo cognitivo che vada oltre le idee più rudimentali”. (B. Miles, 1998)
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